Quando si smette di credere alle vittime e si inizia a sospettare di chi le protegge, non si sta contrastando la violenza maschile contro le donne. Si sta, al contrario, contribuendo a tutelare chi la esercita e il sistema culturale che la rende possibile.
Negli ultimi mesi, il dibattito pubblico ha mostrato con chiarezza una pericolosa regressione. Ci era stato raccontato che il tema del libero consenso delle donne fosse entrato a pieno titolo nell’agenda politica del governo guidato da Giorgia Meloni. I fatti dimostrano che non è così. Mettere in discussione il consenso, sostituendolo con l’idea di un presunto “dissenso non espresso”, significa riaprire uno spazio culturale che la storia e il diritto avevano faticosamente chiuso: quello in cui la violenza viene minimizzata e relativizzata.
Non è un caso se, parallelamente, si moltiplicano trasmissioni televisive a larga diffusione che, senza alcun contraddittorio, danno spazio a narrazioni secondo cui una percentuale altissima delle denunce per violenza – si parla persino dell’“80% dei codici rossi” – sarebbe infondata o strumentale. Non si tratta di opinioni neutre. Si tratta di messaggi che producono effetti concreti e dannosi.
«Quando si diffonde l’idea che le donne mentano, che esagerino o che denuncino per interesse – sottolinea Rossana Soffritti, portavoce della Conferenza delle Donne Democratiche della Toscana – si colpisce il cuore stesso del sistema di protezione. Si alimenta la paura di non essere credute e si scoraggia la denuncia, che già oggi rappresenta per molte un percorso doloroso e rischioso».
Da un lato, infatti, si assiste a un sistematico spostamento della colpa: la responsabilità non è più di chi agisce la violenza, molto spesso un uomo, ma di chi la subisce, chiamata a dimostrare di non aver “acconsentito abbastanza”, di aver reagito nel modo giusto, di essere stata credibile secondo parametri arbitrari. Dall’altro lato, viene messo sotto accusa l’intero sistema di tutela: insinuare che la violenza sia “inventata” o “gonfiata” per alimentare un circuito economico significa delegittimare i centri e le reti antiviolenza, le operatrici e gli operatori, i servizi pubblici, i servizi sociosanitari che ogni giorno lavorano per prevenire, accogliere e proteggere.
Il messaggio che passa è devastante: chi denuncia viene guardata con sospetto, chi protegge viene accusato di avere un secondo fine, mentre chi esercita la violenza resta sullo sfondo, raramente chiamato in causa. È così che si indebolisce la fiducia, si isolano le donne e si rafforza una cultura che non mette mai davvero in discussione il potere maschile.
Tutto questo avviene mentre i dati ufficiali raccontano una realtà inequivocabile. Secondo l’ultima indagine Istat, circa 6,4 milioni di donne in Italia – quasi il 32% tra i 16 e i 75 anni – hanno subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Il 5,7% dichiara di aver subito uno stupro o un tentato stupro. Le violenze più gravi avvengono spesso all’interno delle relazioni affettive o familiari. Numeri che smentiscono radicalmente qualsiasi tentativo di minimizzazione.
Eppure, mentre i fatti vengono distorti nel dibattito mediatico, la politica non può dirsi estranea. Oggi la destra non solo governa il Paese, ma presiede anche la Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. È una responsabilità che impone rigore, rispetto dei dati ufficiali e coerenza istituzionale. Ignorare o contraddire quanto lo stesso Parlamento ha documentato significa alimentare confusione e sfiducia. Non è libertà di opinione: è una scelta politica che ha conseguenze sulla vita e sulla sicurezza delle donne.
«Finché il contrasto alla violenza resterà confinato a strumenti repressivi formali, senza scardinare il modello culturale che controlla, sospetta e limita l’autodeterminazione femminile – conclude Soffritti – continueremo ad assistere a una finzione istituzionale: leggi che condannano la violenza e linguaggi pubblici che la rendono accettabile».
Come Conferenza delle Donne Democratiche della Toscana, riteniamo non più rinviabile un’assunzione collettiva di responsabilità. A partire dal 14 febbraio, in occasione dell’assemblea regionale della Conferenza, apriremo un percorso pubblico di iniziativa politica e culturale: monitoraggio delle narrazioni mediatiche, difesa del lavoro dei centri antiviolenza, pressione istituzionale affinché i dati ufficiali non vengano strumentalizzati e il consenso torni a essere un principio non negoziabile.
Perché la violenza non si combatte insinuando dubbi sulle vittime. Si combatte scegliendo da che parte stare. E noi stiamo, senza ambiguità, dalla parte delle donne.

